La stagione estiva dell’Opera di Roma porta in città gli studenti stranieri appassionati di musica

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Anche quest’anno la stagione estiva dell’Opera di Roma si svolgerà alle Terme di Caracalla, dedicando ben 23 serate alla grande lirica e portando in scena due irrinunciabili appuntamenti con l’amatissimo ballerino Roberto Bolle. La faranno da padrone tre delle opere più amate dal pubblico: CarmenTosca e Nabucco, tutte con i sottotitoli in italiano e inglese. Completeranno la rassegna le Lezioni di opera tenute dal maestro Giovanni Bietti e un’esibizione di Franco Battiato che proporrà i suoi grandi brani, interpretati per l’occasione in chiave sinfonica con l’accompagnamento della Royal Philharmonic Concert Orchestra di Londra. Un grande evento che allieterà l’estate romana e farà la felicità dei tanti amanti della musica, italiani e stranieri, che a Roma la trascorreranno. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Fucile, non solo direttore della scuola Club Italiano Dante Alighieri, ma anche direttore del coro Insieme Vocale Elastico.

Pensa che questa manifestazione avrà un grande impatto sulla presenza di turisti stranieri a Roma? Caracalla attirerà, come sempre, molti romani e molti turisti; passare una serata in quel posto magico è ogni volta un’esperienza nuova. Il livello artistico è migliorato rispetto alle precedenti stagioni e, nonostante i limiti nella resa degli spettacoli all’aperto, c’è spesso il tutto esaurito.

 I vostri studenti hanno manifestato interesse per questa manifestazione? Proponiamo sempre ai nostri studenti di partecipare agli spettacoli, anche se la stagione è piuttosto corta e concentrata in un mese e mezzo. Dato che c’è la possibilità di acquistare biglietti abbastanza economici, proponiamo sempre una serata a Caracalla nelle attività per il tempo libero del mese di luglio. 

Avete molti studenti che studiano musica? Organizzate per loro corsi di avvicinamento alla musica lirica? Nella nostra scuola sono passati tanti cantanti, più o meno affermati. Essendo io un appassionato di musica e di coralità organizzo spesso momenti musicali a casa mia, qui a Roma, ma anche in Friuli, il mio paese d’origine. Ho organizzato concerti coinvolgendo anche i nostri studenti: il Gloria di Vivaldi, lo Stabat Mater di Pergolesi e anche una bella edizione della Vedova allegra di Lehar in forma di concerto. A scuola tutti gli studenti possono frequentare i corsi di avvicinamento all’opera italiana e, per i cantanti di professione, c’è un programma che combina lo studio della lingua, la dizione, la lettura del libretto e le lezioni di canto con professionisti del settore.

Un lavoro davvero interessante il Suo. Com’è nata l’idea di aprire la Sua scuola? Ho cominciato a lavorare nella mia scuola come insegnante nel 1994, durante i tempi lasciati liberi dagli impegni di dottorato di ricerca che all’epoca frequentavo. L’insegnamento non era per me un’attività nuova perché in precedenza avevo avuto impieghi nella scuola pubblica e all’Università come docente di religione, italiano e latino. Questa nuova dimensione, completamente diversa sia per prassi didattica che per pubblico di riferimento, mi ha entusiasmato e quando si è presentata la possibilità di entrare nello staff direttivo l’ho colta al volo. Dal 2000 ne sono diventato direttore.

Qual è la parte più appassionante del Suo lavoro? È una professione molto coinvolgente dal punto di vista emotivo perché in questo lavoro il mondo ti viene a trovare: dal giovane prete che arriva dalle Fiji  per studiare in un’Università Pontificia all’anziana signora americana in pensione che vuole vivere all’italiana; dalla cantate lirica coreana che migliora l’italiano per cantare Verdi allo storico dell’arte tedesco che vuole usare la lingua di Michelangelo; dal Middle East all’Australia è un quotidiano confronto con culture e sensibilità diverse. Con qualcuno inevitabilmente diventi amico e lui diventa amico dei tuoi amici. Io, nato e cresciuto in un piccolo paese di campagna, ho sempre trovato magico questo incontro intercontinentale. Un’altra dimensione tipica di una scuola di dimensioni ridotte come la mia è l’elasticità richiesta e necessaria nella gestione quotidiana: incontri l’Ambasciatore del Giappone, discuti un programma con un’università di Singapore e dopo 5 minuti sei sopra una scala a cambiare una lampadina.

Qual è il momento più emozionante che ha vissuto con la Sua scuola? Quando ho ricevuto il Paul Harris Fellow dalla Fondazione Rotary International con questa motivazione: “A Fabrizio Fucile, in segno di apprezzamento e riconoscenza per il suo tangibile e significativo apporto nel promuovere una migliore comprensione reciproca e amichevoli relazioni fra popoli di tutto il mondo”.

Il momento più difficile che ha attraversato? Sono sempre positivo. Non lo ero in passato, ma nel corso della vita ho avuto la fortuna di avere vicino persone che mi hanno insegnato a guardare con ottimismo anche le situazioni più difficoltose. Momenti di sconforto nel lavoro ce ne sono, sia per aspetti di natura economica che di rapporti umani, ma il mio motto è: tutto passa e si risolve!

 Il ricordo di uno studente speciale? Il rampollo di un’importante casa reale: per due anni consecutivi una nostra insegnante l’ha seguito in giro per il mondo durante le vacanze estive, volando in prima classe e soggiornando in alberghi principeschi, vivendo un’esperienza letteralmente hollywoodiana. Io non l’ho conosciuto di persona, ma solo i racconti fatti dalla nostra tutor, l’hanno reso speciale nella storia della scuola.

Quali sono i Suoi progetti per il futuro? Continuare a fare quello che faccio il più a lungo possibile, crescendo sempre, magari di poco, ma sempre ed offrendo una qualità ogni anno migliore.

Sogni nel cassetto? Ne ho due. Quello possibile: che uno dei personaggi davvero famosi dello spettacolo o della cultura internazionale, che ogni tanto vedo su palchi importanti e che storpia l’italiano in modo proporzionalmente inverso alla sua celebrità, venga nella mia scuola per migliorare le sue abilità linguistiche. Quello impossibile, ma ugualmente accarezzato: lasciare questo incarico e poter vivere lavorando come direttore di coro.