Bologna la Dotta, Bologna la Grassa, Bologna la Rossa

LUCA

Se Bologna, con una presenza annua di circa 80.000 studenti universitari e sede della più antica Università europea, è giustamente chiamata fin dal Medioevo la Dotta, il culto dei bolognesi per la buona cucina ha portato all’identificazione della città con il paradiso delle delizie culinarie. Lo scrittore Ippolito Nievo, nelle sue Confessioni di un italiano (1867), dichiarava che “si mangia più a Bologna in un anno che a Venezia in due, a Roma in tre, a Torino in cinque e a Genova in venti”. Non stupisce, perciò, che durante la festa patronale di San Bartolomeo, che si svolge ogni 24 agosto, vengano distribuiti gratuitamente per tutti pane vino e porchetta. E così Bologna con i suoi tortellini, ripieni di prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano e mortadella, nell’immaginario collettivo è diventata la Grassa. Ne abbiamo parlato con Luca Armaroli, Direttore della scuola ALCE, che ha recentemente dotato la sua sede di un’attrezzatissima cucina per organizzare eventi legati all’enogastronomia e soprattutto per far assaporare ai suoi studenti le delizie e la convivialità della tradizione emiliana.

Com’è nata l’idea di aprire la Sua scuola? Il merito e l’idea sono state di mia moglie Rossana. Se 18 anni fa mi avessero chiesto di immaginare il mio futuro, non avrei mai pensato che sarei stato il co-direttore di una scuola di lingua italiana a Bologna. Infatti facevo l’avvocato. Però vengo da una formazione classica e ho sempre avuto una grande passione per le lingue, i viaggi e la nostra bella cultura. Ripeto, a mia moglie si deve il folle inizio di un progetto che è cresciuto, anno dopo anno, e al quale mi sono unito con entusiasmo.

Perché definisce folle il vostro progetto? Nell’immaginario collettivo degli stranieri l’Italia coincideva, e parzialmente coincide ancora, solo con le grandi città turistiche o poco più. La vera scommessa è stata credere nella promozione di Bologna come destinazione autenticamente italiana, ricca di storia, arte, cultura ed enogastronomia. Questa scommessa ci ha dato ragione ed ora Bologna inizia ad essere un tesoro conosciuto dalla Nuova Zelanda alla Colombia.

E così per dedicarsi a questo progetto ha lasciato la sua carriera forense… Inizialmente ho iniziato a seguire i corsisti che intendevano intraprendere percorsi di studio delle lingue all’estero, poi mi sono dedicato alla promozione e allo sviluppo dell’italiano in tutti i modi possibili. Oggi lavoro a tempo pieno a scuola e mi occupo prevalentemente della promozione, delle relazioni con le associazioni nazionali ed internazionali di cui facciamo parte, dei rapporti con le Università di Siena e Perugia quale referente per le certificazioni CILS e CELI, ma anche dell’ispezione delle famiglie con cui collaboriamo. So quanto sia importante l’accoglienza dei ragazzi che vengono dall’estero e, quindi, seleziono personalmente le famiglie per essere sicuro che i ragazzi si possano sentire veramente a casa.

E poi da bolognese doc ha trovato il modo di farli mangiare bene… Da qualche anno, appese ormai bombola da sub e racchetta da tennis al chiodo, ho iniziato a coltivare altre due straordinarie passioni sensoriali: quella per il cibo e quella per il vino. In 3 anni ho conseguito il diploma ufficiale di Sommelier AIS e quello di Maestro assaggiatore di formaggi Onaf. Non potete immaginare quali soddisfazioni possa dare il “cacio” in tutte le sue declinazioni, magari accompagnato da una eccellente bottiglia della nostra produzione enologica nazionale… Di questa mia passione, supportata e costruita con numerose letture di settore, tanta pratica ai fornelli e soprattutto attraverso stage e corsi in alcuni ristoranti italiani ed in compagnia di maestri chef del calibro di Gualtiero Marchesi e Fabio Zago, ho scelto di condividerne almeno qualche “fetta”. Trovo un gusto pazzesco, ogni settimana, nel far assaggiare ai nostri studenti i piatti tipici della gastronomia italiana preparati con passione nella cucina che abbiamo da poco inaugurato a scuola. Un modo diverso per fare convivialità, conoscerli e farli conoscere tra di loro in un contesto amichevole e rilassato. Sedersi a un tavolo, davanti a un piatto, non è semplicemente soddisfare un bisogno fisiologico, ma un momento che si ripete da secoli in una sorta di rituale collettivo o famigliare; una sorta di appuntamento culmine che parte magari dalla preparazione del ripieno o della pasta fresca insieme il giorno prima, prosegue nella realizzazione dei piatti il giorno della festa e si conclude degnamente con  le portate che si susseguono cadenzate, per lasciare spazio ai commensali di chiacchierare e confrontarsi in una lunga parentesi di relax tra lo stress e il lavoro quotidiano. E questo è il tipo di esperienza che vogliamo riproporre ai nostri studenti: un viaggio nell’arte culinaria emiliana e nazionale condividendo momenti di “socialità attiva”.

Quindi organizzate anche corsi di cucina a scuola? Certamente sì, tutto l’anno proponendo menù regionali, piatti del territorio ma anche cucina internazionale, innovativa e sperimentale. Spesso affianchiamo anche percorsi di degustazione e abbinamento cibo / vino.  Quello che sicuramente non manca mai è la sfoglia, tirata rigorosamente a mano con il mattarello, in tutte le declinazioni: tagliatelle, maccheroni, stricchetti, ripiena, lasagne… Una mia “intuizione”, di cui vado molto fiero, sono gli spaghetti alla chitarra al basilico, con pomodorini del Piennolo del Vesuvio, Cipolla di Tropea pastellata e burrata di Andria. Ovviamente massima attenzione alle materie prime perché la qualità di un piatto dipende al 90% dalla rigorosa selezione dei prodotti madre che in Italia, da Nord a Sud, non mancano mai.

Qual è stata la soddisfazione più grande che ha vissuto con la Sua scuola? Mi ritengo fortunato perché abbiamo avuto numerosi momenti di crescita e riconoscimento.  Sicuramente ricordo con grande emozione l’inaugurazione della nuova sede di via Santo Stefano e la splendida festa per celebrare, con amici, insegnanti e studenti, i nostri primi 15 anni di attività. Sicuramente la soddisfazione più grande è arrivata quest’anno, quando la Presidente di IALC ha pronunciato la fatidica frase: “And the 2018 IALC (International Association of Language Centres) workshop goes toooooo … Bologna”. Ci ho messo due giorni a realizzare che fosse tutto vero. Credo non ci sia maggiore soddisfazione al mondo per un bolognese, nato e cresciuto a Bologna, portare all’attenzione del mondo la propria città. Portare a Bologna il prossimo Workshop IALC è davvero il traguardo più alto e stimolante che abbiamo raggiunto. È stato un impegno massiccio in fase preparatoria e lo sarà un altrettanto quando riceveremo e ospiteremo per una settimana rappresentanti di oltre 100 scuole e oltre 250 agenzie di tutto il mondo. Roba da far tremare le gambe, ma sicuramente una vetrina per la città e la scuola … irripetibile. Questo risultato è stato un successo non solo di ALCE, ma di tutte le scuole Italiane che hanno fortemente supportato e lealmente sostenuto la nostra candidatura. L’Italia, infatti, è molto ben rappresentata all’interno di IALC: Bologna come città ospitante, Salerno con la nostra Presidente ASILS Francesca Romana Memoli nel Membership Cometee e Milano con Giorgia Biccelli nel prestigioso incarico di Presidente IALC. Insomma un evento molto molto tricolore!

Che cosa significa concretamente organizzare un workshop IALC? Nei mesi precedenti l’evento si tratta di coordinare in modo impeccabile il lavoro iniziato anni prima, con un’accurata selezione di tutti i dettagli: la scelta degli hotel e dei luoghi di accoglienza, l’organizzazione degli eventi serali, il perfezionamento della varietà dei menù, e la gestione di tutta la logistica dell’evento dai trasporti all’intrattenimento dei delegati IALC. Il workshop IALC porterà a Bologna più di 250 persone e, per offrire loro una vetrina unica e un’esperienza memorabile, abbiamo selezionato tre fra i più affascinanti palazzi storici di Bologna. I nostri ospiti resteranno sicuramente impressionati dall’elegante cena di chiusura nella cornice di Palazzo Re Enzo, con vista su Piazza Maggiore e il Nettuno.

Davvero un lavoro impegnativo. Che cosa Le piace maggiormente del Suo lavoro? Nonostante gli sforzi, la fatica e le avversità, credo che sia un privilegio poter lavorare in un ambiente stimolante, dinamico e multinazionale come quello delle scuole di lingua. Essere parte di organizzazioni di settore nazionale come ASILS e internazionale come IALC ti porta a scambi di opinioni costruttivi e appaganti, pratiche e informazioni con colleghi di tutta Italia e di tutto il mondo. Impagabile.

Con tutti questi impegni riesce ancora ad avere contatto con gli studenti?  La natura e la dimensione della nostra scuola sono tali da permetterci di arrivare quasi a conoscere ogni studente che passa da qui. Uno per uno, per nome e con le sue specificità. Posso dire di essere onorato di aver avuto centinaia di studenti e di averli visti intraprendere diverse strade e percorsi di successo.

Ricorda qualcuno in particolare? Domanda difficilissima perché con tutti abbiamo passato momenti indimenticabili:  molti li abbiamo visti laurearsi, trovare un lavoro in Italia e anche formare una famiglia qui. Tanti studenti sono ritornati nel corso del tempo, molti passano semplicemente per un saluto, anche a distanza di anni, insieme a parenti, mogli, mariti o fidanzati. Vorrei, però, ricordarne due in particolare: Miwako, che è diventata un’amica e continua ad aiutarci nei nostri viaggi di promozione in Giappone, e Sachio, anche lui dal Sol Levante. Mi sembra ieri quando arrivò in Italia, nemmeno giovanissimo, con un italiano stentato e una sola idea in testa: diventare un artigiano specializzato nel produrre scarpe di qualità fatte a mano. Caparbiamente, dopo essere stato da noi per alcuni mesi, riuscì a fare un tirocinio in un laboratorio di Parma e poi ad aprire il suo negozio a Tokyo, che mi mostrò con orgoglio quando andai a trovarlo.

Quali sono i Suoi progetti per il futuro? Mi piacerebbe aprire una seconda sede in Puglia. Ci siamo innamorati di quella parte di Italia e sarebbe bello avere una nuova ALCE al Sud per soddisfare le esigenze temporali e personali di una diversa fascia di clienti. Vedremo.

Ma resta un po’ di tempo libero con tutti questi impegni? Ne ho pochissimo e lo dedico alla lettura, soprattutto a Tolkien, e alla buona musica dal jazz al blues, dal progressive alla classica, dal rock tradizionale ai cantautori di qualità Italiana come Dalla, De André e De Gregori. Ciò che qualifica realmente il mio tempo libero, però, è trascorrerlo con la mia famiglia, di cui fanno parte integrante e superattiva i miei cani e gatti, per un totale di 24 zampe e 6 code… Sicuramente un impegno, ma anche una presenza irrinunciabile e unica perché nessuno, a parte gli animali, sa dare tanto senza chiedere nulla in cambio. Io mi sono limitato a raccoglierli, ma loro rispondono con incondizionato affetto e fedeltà.

Un sogno nel cassetto? Organizzare una cena per un numero ristretto di amici e cucinare a quattro mani con Gordon Ramsey o Antonino Cannavacciuolo.